©2024 MA.G | Mauro Giacobazzi

Anni Cinquanta del Ventesimo secolo, St. Louis (Missouri, Usa), una città aperta a nuovi stili e suggestioni, capace di esprimere una delle più grandi rivoluzioni musicali del Novecento.
Una miscela esplosiva di country bianco e blues afroamericano che conquisterà l’intero mondo occidentale: dai bianchi dei teatri prestigiosi ai poveri bianchi e neri delle bettole suburbane. Un ritmo incalzante, a tratti sovversivo, la “musica del diavolo” unito ai testi delle poesie tristi e maledette, troverà pochi anni più tardi la sua incarnazione in una serie strepitosa di artisti e band.
Charles Edward Anderson Berry (1926-2017), in modo inconsapevole, ha dettato le tavole della legge per suonare il rock ‘n’ roll: portare nella musica un suono grandioso e veloce. Voleva dare di più, una svolta.
A incendiare, letteralmente, la musica e la scena musicale, era la sua personalità prorompente, e non solo la sua chitarra amplificata. Chuck, col suo “passo dell’anatra” (duck walk), si apprestava a rivoluzionare la compassata scena musicale a stelle e strisce. Gli assoli di chitarra sconquassavano il tradizionale stile country, legandosi con il beat a doppio filo.
In modo profano, mescolava il ritmo afroamericano con lo stile bianco, ottenendo tempi frenetici e anarchici per l’epoca, come il boogie pianoforte e contrabbasso.
Una strada che arrivò facilmente al bersaglio finale.
Quel suono rivoluzionario si trasformava, così, nelle coordinate di un nuovo stile, capace di risvegliare i giovani americani dal torpore e di porre le basi del rock ‘n’ roll.
Chuck Berry rimane una leggenda, a tratti polverosa, segnata da vicissitudini giudiziarie sgradevoli, sperimentazioni psichedeliche di stampo californiano, deviazioni underground dei sotterranei di New York, per poi ritornare indietro nel tempo alle prime esibizioni, ma con un nuovo approccio al lavoro, senza sbavature né eccessivi clamori.
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